lunedì 19 aprile 2010

La repubblica retrograda. La piccola-borghesia italiana in una prospettiva storica

di Mattia Zoppetti

Osservando la situazione italiana attuale, intendendo con ciò le sue varie dimensioni politiche, sociali, etiche, antropologiche e cercando di metterla a fuoco da un punto di vista storico, emerge un elemento. Restringendo il campo alla sola nostra storia repubblicana, infatti, il fattore che si impone è quello della continuità assoluta.
Cerco di spiegarmi meglio svolgendo poco a poco il filo del discorso e cominciando dal voto del 1946.
L’Italia diventa una repubblica e si avvia verso la modernità. Dopo anni di arretratezza secolare, che il fascismo fingendo di sanare aggravò, anche noi si entrava nella fase industriale, per così dire, avanzata. Protetti dall’ala dell’aquila americana che aveva poco prima ridotto il Paese in briciole, ora ponevamo le basi per l’esplosione di benessere che si darà venti anni dopo e che sarà nota col termine di “miracolo”. L’industria, pesantemente installata, si avviava a sostituire, gradualmente e a fatica, con tensioni e connivenze, l’agricoltura. Il mutamento toccò profondamente la società italiana sotto molteplici aspetti.
Lo sviluppo crescente degli anni Quaranta attraversò, aumentando ulteriormente, tutti i Cinquanta e sfociò nei fatidici Sessanta. Gli avvenimenti sono noti: prosperità materiale, bisogni nuovi e insaziabili, comparsa della società di massa e delle masse. Lo sradicamento comportato dall’immigrazione, l’alienazione delle grandi fabbriche del Nord. E ancora, la televisione. Ognuno di questi aspetti ha influito notevolmente sul tessuto stesso della società e (forse a causa dell’inizio dell’epoca dell’individualismo borghese) sugli italiani. Il grande dinamismo del periodo, l’ebbrezza del consumo, la rinnovata sfera politica di riconquistate libertà fecero da propulsori al cambiamento, alla rottura. Si faceva così irruzione nel Primo mondo mantenendosi attaccati a realtà fortemente provinciali, povere economicamente e culturalmente arretrate, chiuse, bigotte e ancora rette da sistemi medievali (il latifondo al Sud ne è il caso più emblematico. E, sull’altro versante, proprio la citata immigrazione da Sud a Nord ha generato le scosse più incisive del cambiamento). L’analfabetismo era dominante, l’istruzione esclusiva, il peso della morale cattolica preponderante. Eppure, nonostante tutto, l’italiano in quarantena ad Ellis Island era un ricordo. Nuove, imponenti masse giungevano dalla situazione appena descritta e reclamavano ciò che spettava loro. Non mi riferisco al potere operaio. Mi riferisco invece a quegli altri milioni italiani, la maggioranza, che fiutavano l’aria di un pur apparente e illusorio benessere. Era il trionfo della piccola borghesia. La classe, cioè, che legittimava il potere della Democrazia Cristiana, quello clericale (temporale e spirituale) e quello capitalista. La maggioranza silenziosa. Silenziosa più per reticenza che per amor di quiete.
Dunque, da un’arretratezza materiale e culturale spaventosa si transita ad una condizione di maggior agiatezza economica a fronte di una cultura che non conosce uguale evoluzione. Anzi, talvolta ad emergere è proprio il processo opposto: una cultura arretrata è lo standard all’interno della sua società (e definirla arretrata è il risultato di una sua analisi comparata con altre culture che si presumono superiori), ma lo spaesamento di quell’epoca tumultuosa e dei rinnovati contesti non faceva che accentuare tale inadeguatezza culturale. I primi a percepire di essere fuori posto erano proprio questi neo piccoli arricchiti, da cui una delle ragioni (altre ragioni hanno cause “costrittive”) dell’assimilazione/omologazione culturale. Il nuovo italiano portava alla ribalta e mitizzava la narrazione del tipo italico che “se la cava”, che è disposto a soffrire, ma che con furbizia, astuzia e intelligenza pratica riesce a realizzarsi. Simpatico truffatore, ma generoso e dalla fama di donnaiolo.
Culture a forte componente etnica sono d’un tratto sul palcoscenico della contemporaneità e, presi nel giogo della contraddizione, finiscono con l’assorbire i tratti peggiori della seconda e perpetuare gli aspetti più retrogradi e meno razionali della prima.
Come già detto, non si intende qui prendere in esame l’ ”orda d’oro” che per un decennio ha occupato l’intera società italiana. Quei fatti sono noti e per il nostro caso, fuorvianti. L’argomento qui è l’altra massa, l’altra faccia, antagonista, della medaglia. Quella che coerentemente col processo storico, agli albori degli anni Ottanta, ha appunto sancito la definitiva sconfitta della classe operaia (Fiat, 1980). Sotto questa luce è da intendersi la riflessione.

Pertanto, la relativa mobilità sociale dei Sessanta, esaurita la propria carica e attraversata da grosse instabilità sociali, politiche, istituzionali, cede il passo gli anni Settanta. La stagnazione ne è il tratto caratteristico. Il Paese ha smaltito la sbornia del boom e le prospettive si fanno plumbee. Nel decennio abbiamo un’economia in frenata, una crisi energetica, travagliati processi politici e, su tutto, la cappa del terrorismo. L’Italia estroversa che solo qualche anno prima metteva la sua faccia sul glamour, sul cinema, che si inventava la dolce vita e la esportava, l’Italia tutto sommato solidale e amichevole ripiegava su sé stessa. L’involuzione culturale di cui precedentemente, in qualche modo, qui si ricollegava e giungeva al suo culmine: dopo gli anni dell’immaginazione al potere, delle rivendicazioni, dei diritti, la chiusura nel grigiore, individualistica e spaventata, riannodava i fili con quell’arretratezza che il dopoguerra si era lasciato alle spalle, riportandoli in superficie dopo che sembravano definitivamente sepolti. La maggioranza silenziosa, ormai secondo la fortunata definizione di John Kennet Galbraith, si fa tetra, si assopisce, ma, a modo suo, resiste. La svolta è di nuovo dietro l’angolo. Stanco di venti anni di contrapposizioni radicali (che del resto non hanno mai compreso o non hanno voluto comprendere), il cittadino medio italiano stabilisce che la situazione deve cambiare (si veda, ad esempio, la già citata ed epocale marcia di impiegati e quadri a Mirafiori nel 1980) e con gli anni del riflusso gliene si presenta l’occasione. Parafrasando Giorgio Gaber, la piccola borghesia italiana svela, una volta per tutte, l’ideologia cui è più intimamente votata, ovvero la dittatura del mercato. Eccoli di nuovo allegri e spensierati, un poco più arroganti di un ventennio prima e solo più maliziosamente goderecci, ballare sulle note di un liberismo di ritorno sempre più vorace, deregolarizzato, cialtrone. Ed ecco che i suoi seguaci minori si lanciano, tra un Reagan, una Tatcher e un Craxi, all’aperitivo dell’Italia da bere. L’eterno Totò ha scordato ogni residuale idea di comunità. E’ un opulento, crasso venditore di fumo, ostentatore di uno status che sovente non gli appartiene e da cui è disconosciuto. Il solo elemento che hanno in comune è il disprezzo endemico per qualsivoglia regola, che avvertono come potenziali inibitori di profitto. I pesci più piccoli o comunque mimetizzati si accontentano di ciò che riescono a depredare, i più grossi finiscono in esilio volontario in Tunisia.
Il resto è storia recente e non serve qui essere ricordata. Basti dire che le tendenze più barbarizzanti degli anni Ottanta si sono acutizzate adattandosi plasticamente alle contingenze storiche: globalizzazione selvaggia (leggi nuovo imperialismo), guerre di religione, guerre etniche, xenofobia, razzismo sono i prodotti, su scala mondiale, del pessimo retaggio. A ben vedere, un ulteriore avvitamento su sé stessa da parte di una società e, tout court, del suo sistema, che si sono quasi programmaticamente mossi verso la progressiva autodistruzione. Una società come un insieme teorico vuoto, dove gli individui che la costituiscono sono elementi frammentati e dispersi. Del tutto disinteressati a qualunque ipotesi di dinamismo e a ciò incapaci. Immobili non per immobilità “interna”, ma per apatia.
Alla luce di tutto ciò è ora possibile delineare qualche conclusione. Intanto, la principale: la tendenziale immobilità nella continuità del tipo umano italiano dal dopoguerra ad oggi. Da un punto di osservazione antropologico esso si dà come fondamentalmente sempre identico a sé stesso seppur sballottato dagli avvenimenti storici che, come si è visto, hanno determinato momenti di rottura (di vario genere) ad “elastico” e cioè ora dirompendo, ora latitando così da favorire il consolidamento di precedenti novità e preparare il terreno al successivo smottamento. In questa alternanza di fasi si è mosso l’homo italicus, restando di fatto sempre identico. E ciò grazie alla capacità tutta nazionale di scegliere sempre il cavallo vincente (puntandovi però a corsa già ultimata) e di smettere di cavalcarlo una volta bolso. Simile capacità gli ha consentito di adattarsi a tutte le situazioni, e di crisi e di progresso, e di ricavare da queste ora il minimo scotto, ora il massimo guadagno. Il tutto unito a quello stereotipo odioso che ci vede con una mano sul portafoglio, certo, e però l’altra sul cuore. Sempre più meschini ma, in fondo, sempre brava gente. Fedeli al dettato di Darwin per cui .
Paradossale pensando alla (proteiforme) stasi della piccola borghesia italiana. Inquietante, considerando che Darwin si riferiva all’evoluzione.

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