sabato 24 aprile 2010

Diavolo e acqua santa a confronto sulla Sindone

di Piergiorgio Odifreddi

Riportiamo qui una parte della discussione tra il professor Odifreddi e monsignor Giuseppe Ghiberti sulla Sindone di Torino esposta al pubblico in questi giorni. Il testo è preso dal n. 4 di Micromega, in cui è pubblicato integralmente.


Caro don Ghiberti,
propongo di iniziare questo nostro scambio sulla Sindone partendo da lontano: cioè, dal tempo in cui conosciamo la sua esisetnza.

lunedì 19 aprile 2010

La repubblica retrograda. La piccola-borghesia italiana in una prospettiva storica

di Mattia Zoppetti

Osservando la situazione italiana attuale, intendendo con ciò le sue varie dimensioni politiche, sociali, etiche, antropologiche e cercando di metterla a fuoco da un punto di vista storico, emerge un elemento. Restringendo il campo alla sola nostra storia repubblicana, infatti, il fattore che si impone è quello della continuità assoluta.
Cerco di spiegarmi meglio svolgendo poco a poco il filo del discorso e cominciando dal voto del 1946.
L’Italia diventa una repubblica e si avvia verso la modernità. Dopo anni di arretratezza secolare, che il fascismo fingendo di sanare aggravò, anche noi si entrava nella fase industriale, per così dire, avanzata. Protetti dall’ala dell’aquila americana che aveva poco prima ridotto il Paese in briciole, ora ponevamo le basi per l’esplosione di benessere che si darà venti anni dopo e che sarà nota col termine di “miracolo”. L’industria, pesantemente installata, si avviava a sostituire, gradualmente e a fatica, con tensioni e connivenze, l’agricoltura. Il mutamento toccò profondamente la società italiana sotto molteplici aspetti.
Lo sviluppo crescente degli anni Quaranta attraversò, aumentando ulteriormente, tutti i Cinquanta e sfociò nei fatidici Sessanta. Gli avvenimenti sono noti: prosperità materiale, bisogni nuovi e insaziabili, comparsa della società di massa e delle masse. Lo sradicamento comportato dall’immigrazione, l’alienazione delle grandi fabbriche del Nord. E ancora, la televisione. Ognuno di questi aspetti ha influito notevolmente sul tessuto stesso della società e (forse a causa dell’inizio dell’epoca dell’individualismo borghese) sugli italiani. Il grande dinamismo del periodo, l’ebbrezza del consumo, la rinnovata sfera politica di riconquistate libertà fecero da propulsori al cambiamento, alla rottura. Si faceva così irruzione nel Primo mondo mantenendosi attaccati a realtà fortemente provinciali, povere economicamente e culturalmente arretrate, chiuse, bigotte e ancora rette da sistemi medievali (il latifondo al Sud ne è il caso più emblematico. E, sull’altro versante, proprio la citata immigrazione da Sud a Nord ha generato le scosse più incisive del cambiamento). L’analfabetismo era dominante, l’istruzione esclusiva, il peso della morale cattolica preponderante. Eppure, nonostante tutto, l’italiano in quarantena ad Ellis Island era un ricordo. Nuove, imponenti masse giungevano dalla situazione appena descritta e reclamavano ciò che spettava loro. Non mi riferisco al potere operaio. Mi riferisco invece a quegli altri milioni italiani, la maggioranza, che fiutavano l’aria di un pur apparente e illusorio benessere. Era il trionfo della piccola borghesia. La classe, cioè, che legittimava il potere della Democrazia Cristiana, quello clericale (temporale e spirituale) e quello capitalista. La maggioranza silenziosa. Silenziosa più per reticenza che per amor di quiete.
Dunque, da un’arretratezza materiale e culturale spaventosa si transita ad una condizione di maggior agiatezza economica a fronte di una cultura che non conosce uguale evoluzione. Anzi, talvolta ad emergere è proprio il processo opposto: una cultura arretrata è lo standard all’interno della sua società (e definirla arretrata è il risultato di una sua analisi comparata con altre culture che si presumono superiori), ma lo spaesamento di quell’epoca tumultuosa e dei rinnovati contesti non faceva che accentuare tale inadeguatezza culturale. I primi a percepire di essere fuori posto erano proprio questi neo piccoli arricchiti, da cui una delle ragioni (altre ragioni hanno cause “costrittive”) dell’assimilazione/omologazione culturale. Il nuovo italiano portava alla ribalta e mitizzava la narrazione del tipo italico che “se la cava”, che è disposto a soffrire, ma che con furbizia, astuzia e intelligenza pratica riesce a realizzarsi. Simpatico truffatore, ma generoso e dalla fama di donnaiolo.
Culture a forte componente etnica sono d’un tratto sul palcoscenico della contemporaneità e, presi nel giogo della contraddizione, finiscono con l’assorbire i tratti peggiori della seconda e perpetuare gli aspetti più retrogradi e meno razionali della prima.
Come già detto, non si intende qui prendere in esame l’ ”orda d’oro” che per un decennio ha occupato l’intera società italiana. Quei fatti sono noti e per il nostro caso, fuorvianti. L’argomento qui è l’altra massa, l’altra faccia, antagonista, della medaglia. Quella che coerentemente col processo storico, agli albori degli anni Ottanta, ha appunto sancito la definitiva sconfitta della classe operaia (Fiat, 1980). Sotto questa luce è da intendersi la riflessione.

Pertanto, la relativa mobilità sociale dei Sessanta, esaurita la propria carica e attraversata da grosse instabilità sociali, politiche, istituzionali, cede il passo gli anni Settanta. La stagnazione ne è il tratto caratteristico. Il Paese ha smaltito la sbornia del boom e le prospettive si fanno plumbee. Nel decennio abbiamo un’economia in frenata, una crisi energetica, travagliati processi politici e, su tutto, la cappa del terrorismo. L’Italia estroversa che solo qualche anno prima metteva la sua faccia sul glamour, sul cinema, che si inventava la dolce vita e la esportava, l’Italia tutto sommato solidale e amichevole ripiegava su sé stessa. L’involuzione culturale di cui precedentemente, in qualche modo, qui si ricollegava e giungeva al suo culmine: dopo gli anni dell’immaginazione al potere, delle rivendicazioni, dei diritti, la chiusura nel grigiore, individualistica e spaventata, riannodava i fili con quell’arretratezza che il dopoguerra si era lasciato alle spalle, riportandoli in superficie dopo che sembravano definitivamente sepolti. La maggioranza silenziosa, ormai secondo la fortunata definizione di John Kennet Galbraith, si fa tetra, si assopisce, ma, a modo suo, resiste. La svolta è di nuovo dietro l’angolo. Stanco di venti anni di contrapposizioni radicali (che del resto non hanno mai compreso o non hanno voluto comprendere), il cittadino medio italiano stabilisce che la situazione deve cambiare (si veda, ad esempio, la già citata ed epocale marcia di impiegati e quadri a Mirafiori nel 1980) e con gli anni del riflusso gliene si presenta l’occasione. Parafrasando Giorgio Gaber, la piccola borghesia italiana svela, una volta per tutte, l’ideologia cui è più intimamente votata, ovvero la dittatura del mercato. Eccoli di nuovo allegri e spensierati, un poco più arroganti di un ventennio prima e solo più maliziosamente goderecci, ballare sulle note di un liberismo di ritorno sempre più vorace, deregolarizzato, cialtrone. Ed ecco che i suoi seguaci minori si lanciano, tra un Reagan, una Tatcher e un Craxi, all’aperitivo dell’Italia da bere. L’eterno Totò ha scordato ogni residuale idea di comunità. E’ un opulento, crasso venditore di fumo, ostentatore di uno status che sovente non gli appartiene e da cui è disconosciuto. Il solo elemento che hanno in comune è il disprezzo endemico per qualsivoglia regola, che avvertono come potenziali inibitori di profitto. I pesci più piccoli o comunque mimetizzati si accontentano di ciò che riescono a depredare, i più grossi finiscono in esilio volontario in Tunisia.
Il resto è storia recente e non serve qui essere ricordata. Basti dire che le tendenze più barbarizzanti degli anni Ottanta si sono acutizzate adattandosi plasticamente alle contingenze storiche: globalizzazione selvaggia (leggi nuovo imperialismo), guerre di religione, guerre etniche, xenofobia, razzismo sono i prodotti, su scala mondiale, del pessimo retaggio. A ben vedere, un ulteriore avvitamento su sé stessa da parte di una società e, tout court, del suo sistema, che si sono quasi programmaticamente mossi verso la progressiva autodistruzione. Una società come un insieme teorico vuoto, dove gli individui che la costituiscono sono elementi frammentati e dispersi. Del tutto disinteressati a qualunque ipotesi di dinamismo e a ciò incapaci. Immobili non per immobilità “interna”, ma per apatia.
Alla luce di tutto ciò è ora possibile delineare qualche conclusione. Intanto, la principale: la tendenziale immobilità nella continuità del tipo umano italiano dal dopoguerra ad oggi. Da un punto di osservazione antropologico esso si dà come fondamentalmente sempre identico a sé stesso seppur sballottato dagli avvenimenti storici che, come si è visto, hanno determinato momenti di rottura (di vario genere) ad “elastico” e cioè ora dirompendo, ora latitando così da favorire il consolidamento di precedenti novità e preparare il terreno al successivo smottamento. In questa alternanza di fasi si è mosso l’homo italicus, restando di fatto sempre identico. E ciò grazie alla capacità tutta nazionale di scegliere sempre il cavallo vincente (puntandovi però a corsa già ultimata) e di smettere di cavalcarlo una volta bolso. Simile capacità gli ha consentito di adattarsi a tutte le situazioni, e di crisi e di progresso, e di ricavare da queste ora il minimo scotto, ora il massimo guadagno. Il tutto unito a quello stereotipo odioso che ci vede con una mano sul portafoglio, certo, e però l’altra sul cuore. Sempre più meschini ma, in fondo, sempre brava gente. Fedeli al dettato di Darwin per cui .
Paradossale pensando alla (proteiforme) stasi della piccola borghesia italiana. Inquietante, considerando che Darwin si riferiva all’evoluzione.

giovedì 15 aprile 2010

Alleanze e coalizione. Quale centrosinistra?

di Mattia Zoppetti

La scesa in piazza sabato 13 marzo da parte del Partito Democratico e delle altre forze d’opposizione ha risvegliato la peraltro mai sopita questione delle alleanze. Da più parti si è (giustamente) acclamato il Nuovo Centrosinistra, l’auspicata coesione tra quei partiti e movimenti che hanno affollato Piazza del Popolo e che sono più attivamente consapevoli, anche per necessità, di non poter più rimandare alla richiesta di porre fine a Berlusconi e al berlusconismo. Tali sogetti sono, va ricordato, oltre al già citato PD, Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia Libertà, Comunisti Italiani, Verdi, Socialisti e popolo viola. Accenno soltanto qui alla vexata quaestio della inconciliabile eterogeneità di orientamenti tra i suddetti, poiché è evidente che pur nelle diversità sono prevalenti i punti di contatto che li obbligano, per così dire, ad unirsi: la partecipazione civile (non ancora, propriamente, politica), spinta dalla instabilità sociale dovuta alla crisi e dalla forte repulsione per le vicende ormai quotidiane di Berlusconi e del suo governo che stanno scuotendo non solo il Paese, ma anche il PdL fino a farne presagire l’implosione, ha preso lentamente a muoversi e ad espandersi (non più solo virtualmente).
Dunque, al netto dell’urgenza di un centrosinistra, quale centrosinistra? Su quali basi costruire quel discorso comune che, per di più, non sia solo tattico, cioè funzionale al mero successo elettorale, ma sia piuttosto, come amano ripetere dalle parti del PD, un’alleanza strategica di più ampio respiro? Conosciamo bene infatti i tumulti, fallimentari, dei precedenti governi di centrosinistra e le conseguenze della loro frammentazione. La non praticabilità di tenere coesa un’ammucchiata che, per sintetizzare, andava da Dini a Mastella, a Turigliatto e Caruso. Ma siamo inoltre altrettanto a conoscenza della nefasta nascita e leadership del PD targato Veltroni, con la sua spocchia bipolarista. Oggi il partito è nelle mani di Bersani e a lui e ai suoi competono le scelte circa i rapporti con le opposizioni. Del resto l’atteggiamento del partito ora a maggioranza ex PCI è sempre stato molto chiaro in merito e i disordini, anzitutto pugliesi, sui candidati presidenti alle elezioni regionali, stanno a dimostrarlo. La stella polare era (e sembra ancora essere) l’Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini. Rinnegate le radici a sinistra in seguito alle insubordinazioni d’epoca ulivista, il nuovo centrosinistra non avrebbe potuto rifarsi al modello prodiano (e, credo, a ragione. Se non altro per l’assenza di una figura quale quella del Professore bolognese). L’alternativa parsa ovvia è stata, allora, di rivolgersi verso il centro. Per lungo periodo si sono assecondate le richieste, i voleri e i moniti di un Casini che faceva il bello e il cattivo tempo, rendendosi sempre più capriccioso. Casini, autonominatosi “ago della bilancia” in virtù del suo 5,9% (ma, più realisticamente, in virtù del potere ecclesiastico) aveva in tal modo ottenuto una duplice vittoria. Da una parte, appunto, era assurto ad oggetto del contendere tra PD e PdL (dimostrando la fondatezza dell’avversione dell’UdC verso un sistema bipolare che necessariamente la escluderebbe o, almeno, rimarcando la visione casiniana secondo cui anche il bipolarismo può andar bene a patto che tra i due poli vi sia spazio anche per sé e il suo partito: un bipolarismo più uno), dall’altra riusciva a recidere i sottilissimi fili di un dialogo tra PD e sinistra extra parlamentare (di nuovo funzionale al disegno centrista di bipolarismo “imperfetto” che ammette solo sé stesso tra le imperfezioni e mira ad estromettere le estreme).
Contro ogni critica che pioveva ormai anche dalla gran parte dell’opinione pubblica non più solo militante ma semplicemente orientata verso il centrosinistra, l’esecutivo ex PCI del Partito Democratico ha puntato dritto verso gli ex DC, nonostante tutto. Nonostante le siderali distanze circa i grandi temi come la laicità dello Stato, i rapporti si questo con la Chiesa, i diritti civili, l’educazione e la sanità pubbliche di contro ai modelli privati (clericali), il precariato, l’economia e così via. Per non nominare le incompatibilità congiunturali, legate ovvero ai singoli nodi politici dell’agenda: su tutti, il legittimo impedimento. Per tacere poi dei recenti trascorsi berlusconiani durante i quali l’amico Pier legittimava, di fatto coprendolo, l’amico Silvio.

Dopo la digressione storica, torniamo ad oggi e osserviamo gli elementi che emergono alla luce dell’attuale scena politica che, se non può evidentemente essere troppo dissimile rispetto a pochi mesi fa, reca comunque con sé novità di rilievo riassumibili nella sempre più accentuata liquefazione del cerone del PdL, nelle modalità peculiari attraverso cui ciò sta accadendo (scandali, corruzione, sentenze giudiziarie, tensioni istituzionali e forzature democratiche continue, lotte di potere, accuse di incapacità reciproche, fronde intenstine ecc.) e senza che il capo taumaturgo riesca ad interromperla. Ai nostri fini appare particolarmente utile riallacciarsi al discorso circa l’UdC, il Pd e gli altri partiti in prospettiva di un’alleanza di governo ed inquadrare la questione nella cornice che secondo molti osservatori ha gettato un ponte per la costruzione del Nuovo Centrosinistra, la manifestazione di sabato 13 a Piazza del Popolo. Ora, per avviare un’analisi che sia non solo critica ma anche costruttiva, dalla manifestazione si staglia un dato chiaro: l’unico partito assente è stato proprio l’UdC (i radicali non hanno partecipato per altri motivi, che esulano da questo contesto e che sarebbero tuttavia da approfondire accuratamente). Casini, anzi, ha addirittura definito l’iniziativa di piazza come un’ , togliendo per una sera la parola ai Capezzone, ai Bonaiuti, ai Bondi. Eppure, d’altra parte, a meno di non voler essere maliziosamente ingenui, sarebbe stato strano il contrario. Come poteva infatti Casini andare in piazza contro un decreto legge di cui, se non avesse rivelato l’incapacità dei suoi autori (lista Polverini comunque escluso dalla provincia di Roma grazie alla sentenza del Tar: le disposizioni elettorali del Lazio sono materia di competenza regionale), avrebbe usufruito in quanto alleato PdL in una delle due regioni incriminate, il Lazio appunto (l’altra è la Lombardia, con Formigoni poi riammesso senza il soccorso del decreto). Sotto la sbandierata “coerenza” casiniana, che è poi la coerenza della politica “dei due forni” per cui si va a destra o a sinistra sulla base dei sondaggi elettorali delle varie regioni, l’UdC si sarebbe trovata nell’assurdità di marciare in corteo contro sé stessa. Lo scudo crociata ha così preferito rimanere a casa, perché la coerenza non sfoci nell’estremismo! «L'opposizione si fa in parlamento» aveva detto, austero, il leader dell’UDC. Peccato che già lunedì 16, appena due giorni dopo aver pronunciato la fatidica frase, l’assenza di 17 suoi parlamentari a Montecitorio
abbia affossato, per 13 voti di scarto, la pregiudiziale di costituzionalità che avrebbe fatto saltare proprio il decreto.
Di più, volendo allargare lo sguardo alle parti sociali, intesa come il tessuto sociale stesso, la sua base, il giorno precedente la manifestazione del centrosinistra c’è stato lo sciopero generale, indetto dalla sola CGIL. Gli altri sindacati, riconducibili, diciamo così, all’area cattolico-moderata, avevano infatti già spaccato l’unità confederale accordandosi separatamente con Confindustria e governo. Bonanni (CISL) ha definito lo sciopero (un milione di adesioni a fronte del solo impegno della CGIL) attestandosi sullo stile usato da Casini per commentare la piazza romana dell’opposizione.
Ma perché il PD non vede ciò che è sotto gli occhi di tutti? Perché, nonostante dati di fatto tali e in quanto tali, incontrovertibili, il PD preferisce trincerarsi in un tiepido terzismo senza sbocchi (eccetto, al limite, quelli elettorali), vieppiù avversato anche dai suoi stessi elettori? Nell’impossibilità di trovare risposte alle domande, giacché imperscrutabili appaiono gli oscuri disegni della dirigenza del partito, provo ad avanzare una modesta proposta.

Partiamo da un presupposto: esistono molti elettori specificamente di sinistra che che, nella furibonda corsa verso il centro, si sono sentiti traditi, abbandonati, e non vi si sono riconosciuti. Hanno lasciato qualsivoglia appartenenza politica residua e si sono orientati verso l’astensionismo o verso lo schieramento di destra. In tutti hanno drammaticamente interrotto una storia fatta di partecipazione, di entusiasmo, di sentito coinvolgimento. Nel sentire comune si è affermata la sensazione, del resto comprensibile, che non valesse la pena di scegliere tra due concezioni tutto sommato conformi, ma che se proprio si dovesse scegliere, l’originale (Berlusconi) sarebbe stato meglio della sua copia (PD). Le duecentomila persone di Piazza del Popolo hanno in questo senso scosso il popolo della sinistra da un torpore che da anni lo soffocava e hanno rilanciato il bisogno di una forza politica profondamente alternativa. Questo mi pare il punto fondamentale, per quanto modesto, che si evince dalla manifestazione, al di là delle troppo ottimistiche previsioni pronunciate dai politici e lette sulla stampa di parte. Ed ecco ritornare di nuovo la domanda. Quale forza politica? Quale Nuovo Centrosinistra? Bene, la mia personale impressione è che sia necessaria una chiusura identitaria. Sono consapevole dello scandalo che molti proveranno leggendo questo termine, una bestemmia, di questi tempi. Ma non vedo quali altri processi siano più utili per preparare le basi ad una solida alternativa capace di imporsi all’attenzione pubblica generale. Sul piano pratico, immediato, “chiusura identitaria” significa non solo cessazione completa, su tutta la linea, del dialogo con Casini, ma soprattutto contemporanea inversione degli atteggiamenti nei suoi confronti: l’UdC deve essere spinta con forza fuori dal bunker fintamente terzista in cui si è trincerata, si devono evidenziare con decisione le collusioni tra quel partito e il berlusconismo, tra quel partito e i poteri forti vaticani, tra quel partito e i poteri della sanità e dell’edilizia. Costringerlo a fare una scelta di campo chiara, che lo porti ad esporsi e, inevitabilmente, a misurarsi con le critiche che l’esposizione comporta e da cui, finora, si è tenuto al riparo grazie al profilo bonario, istituzionale che si è autonomamente (e storicamente) affibbiato. Se ne devono mettere in luce con nettezza le contraddizioni, le ipocrisie, i paradossi. Bisogna, ripeto, stuzzicare il ragno affinché esca dal buco buono per tutte le stagioni, come più sopra si è già cercato di osservare. All’opposto, è doveroso allora dedicare un’attenzione privilegiata alla parte interna del PD e della sinistra che consenta di cogliere quello che si muove nella base, i suoi bisogni e le sue domande che non possono più rimanere inevase. Portando all’estremo la questione riaffermo, sicuro di generare altro orrore, che si devono mettere in moto processi di auto-segregazione, che favoriscano un ripensamento radicale “da sinistra”.
Sul piano più astratto, teorico, cerco adesso di chiarire che cosa intendo quando uso termini come “chiusura identitaria” e “auto-segregazione”, cercando almeno un poco di alleviare il disagio che si prova di fronte a tali nozioni. Lontano dalla loro connotazione “religiosa”, fondamentalista o integralista, mi servo dell’aiuto di un’urbanista, Anna Marson, per provare a delineare l’importanza del “confine” nella costruzione positiva, si badi, dell’identità di un gruppo, nella speranza di rendere così meno traumatica l’assunzione dei concetti in esame in ordine alla ricostruzione politica. Per Marson i confini sono pertanto «non tanto simulacri della comunità evaporata o dell’identità fondata nel passato, di fatto continuamente ricostruita con significative innovazioni e simulazioni, quanto dispositivi materiali essenziali, anche nella sempre più diffusa multi appartenenza a luoghi diversi, a promuovere interazione sociale ripetuta e non funzionalmente predeterminata». «Il che non necessariamente significa che i confini collettivi siano fissi, immutabili: anzi» prosegue Marson «solo la loro esistenza ne permette la modifica» [2]. Focalizzate in questo modo, quelle che in maniera volutamente provocatoria avevo definito “chiusura identitaria” e “auto-segregazione”, assumono l’aspetto preponderante di “dispositivi materiali essenziali” alla ricostruzione di una sinistra in cui vi sia l’orgoglio di identificarsi, guardando certamente al futuro, ma riappropriandosi degli antichi valori che si è preteso, erroneamente, di mettere in soffitta, in spregio della loro storia e così da accogliere a braccia aperte l’elettorato moderato, cattolico e imprenditoriale. Un approccio, quest’ultimo, incentrato con ogni evidenza sul computo elettorale, che ha però mostrato tutta la sua miopia laddove non è stato in grado di prevedere i rivolgimenti storici (l’accentuazione delle crepe berlusconiane e il conseguente incremento della domanda di partecipazione della società civile, in primis) e ha perciò ignorato il grosso serbatoio e di voti e di energie che sabato 13 stava in piazza del Popolo. Noi, voglio dire, non perderemmo i voti del centro. Guadagneremmo piuttosto quelli che furono e sono, naturaliter, nostri. Dobbiamo, in definitiva, volgere lo sguardo all’interno di tutte le realtà (veramente) d’opposizione secondo un principio positivamente esclusivista. Chiuderci, insomma, per allargarci.
Già si odono i colpi delle critiche, provenienti anche dal cosiddetto fuoco amico: si dirà che nulla di propositivo possa darsi ove vi sia un partito come l’IdV, con un leader altamente controverso come Di Pietro, il poliziotto; si porteranno prove della mancanza di maturità della “sinistra radicale” nella gestione della cosa pubblica; si dileggeranno i movimenti in quanto forma di anti-politica; si agiteranno infine gli spettri del comunismo di stampo sovietico. Costoro, tuttavia, scorderanno le potenzialità, sinora inespresse, di un De Magistris. Il fascino di un Vendola che, dopo aver rischiato il soffocamento nella culla delle primarie, oggi è il volto più adatto ad una futura leadership. Si tralascerà il fatto che proprio dal NoB. Day sono spuntati i fragili germogli del risveglio. E si dimenticherà la non procrastinabile impellenza di uno sviluppo economico, sociale, culturale, democratico, socialista. Ha ragione Vendola ad insistere sul concetto di “narrazione”: l’immaginazione è il fattore primario con cui una collettività perviene da una propria identità, l’identità collettiva. Un’identità collettiva che dai duecentomila della piazza si estenda per contagio ricompattando, nelle differenze, il significato della parola sinistra.

[1] Il dato emerge dal sondaggio realizzato da Ipsos per Il Sole 24 ore e da quest’ultimo pubblicato sul quotidiano del 2 febbraio 2010. Aggiungo di seguito anche il commento che Rossella Bocciarelli, sul sito del giornale, fa dei dati: . Ho scelto di inserire la citazione, in cui peraltro mi sono imbattuto casualmente, benchè per il momento possa apparire fuori contesto. Sarà in realtà da tenere a mente quando più avanti avanzerò le mie conclusioni.
[2] Anna Marson, “Stereotipi e Archetipi di territorio”, in Paola Bonora e Pier Luigi Cervellati (a cura di), “Per una nuova urbanità. Dopo l’alluvione immobiliarista”, Diabasis, Reggio Emilia 2009, pag. 132
[3] In proposito rimando al commento di Bocciarelli in nota 1 e faccio notare, inoltre, che la Federazione della Sinistra (PRC-PDCI), Sinistra Ecologia e Libertà e il Partito Socialista non hanno percentuali di molto inferiori al partito di centro: nello stesso sondaggio, la Federazione è data ad 1,8, SEL a 2,6 e i socialisti a 0,9. Il totale è 5,3%.

La loro ecologia e la nostra

di André Gorz*


Evocare l'ecologia è come parlare del suffragio universale e del riposo domenicale: in un primo tempo, tutti i borghesi e tutti i partigiani dell'ordine costituito vi dicono che volete la loro rovina, il trionfo dell'anarchia e dell'oscurantismo. Poi, in un secondo tempo, quando la forza delle cose e la pressione popolare diventano insostenibili, vi si accorda quel che si respingeva il giorno precedente e, fondamentalmente, non cambia nulla.

Sono numerosi coloro che, fra gli industriali, si rifiutano di tener conto delle esigenze ecologiche. Ma queste hanno già così tanti sostenitori capitalisti che la loro accettazione da parte delle potenze economiche sta diventando una possibilità concreta. Allora tanto vale, sin da ora, non giocare a nascondino: la battaglia ecologista non è un fine in sé, ma una tappa. Essa può creare delle difficoltà al capitalismo e obbligarlo a cambiare; ma quando, dopo aver a lungo resistito con la forza e l'inganno, alla fine esso cederà poiché l'impasse ecologica sarà diventata ineluttabile, integrerà questa costrizione come ha integrato tutte le altre.
Perciò bisogna subito porre la questione apertamente: che cosa vogliamo noi? Un capitalismo che si adatti alle costrizioni ecologiche o una rivoluzione economica, sociale e culturale che abolisca le costrizioni del capitalismo e, di conseguenza, instauri un nuovo rapporto degli uomini con la collettività, il proprio ambiente e la natura? Riforma o rivoluzione?

Non dite assolutamente che questo problema è secondario e che l'importante è non insozzare il pianeta al punto da renderlo inabitabile. Perchè neanche la sopravvivenza è un fine in sé: vale la pena sopravvivere, come si domanda Ivan Illich, in «in un mondo trasformato in un ospedale globale, in una scuola globale, in una prigione globale e dove il compito principale degli ingegneri dell'anima sarà fabbricare uomini adatti a questa situazione?» [...]
E' meglio tentare di definire, sin dall'inizio, per cosa si lotta e non contro cosa. Ed è meglio tentare di prevedere come il capitalismo sarà colpito e trasformato dalle costrizioni ecologiche, piuttosto che ritenere che esse provocheranno la sua scomparsa e nient'altro.

Ma, innanzitutto, che cos'è, in termini economici, una costrizione ecologica? Prendete, per esempio, i giganteschi complessi chimici della valle del Reno a Ludwigshafen (Basf), a Leverkusen (Bayer) a Rotterdam (Akzo). Ogni complesso combina i seguenti fattori:
  • risorse naturali (aria, acqua, minerali) che erano finora ritenute gratuite perché esse non potevano essere riprodotte (rimpiazzate);
  • mezzi di produzione (macchine, edifici), che costituiscono capitale immobile, che deperiscono e che bisogna dunque rimpiazzare (la riproduzione), preferibilmente con mezzi più potenti e più efficaci, in grado di fornire all'impresa un vantaggio sui propri concorrenti;
  • forza lavoro umana che richiede anch'essa di essere riprodotta (è necessario nutrire, curare, alloggiare, educare i lavoratori).
Nell'economia capitalista, la combinazione di questi fattori, in seno al processo produttivo, ha come obiettivo prevalente il massimo del profitto possibile (il che, per un'impresa preoccupata del proprio avvenire, significa anche: il massimo della potenza, quindi di investimenti, di presenza sul mercato mondiale). La ricerca di questo risultato si ripercuote profondamente sul modo in cui i differenti fattori sono combinati e sull'importanza relativa che è assegnata a ciascuno di loro.

L'impresa, per esempio, non si chiede mai come fare perché il lavoro sia pur piacevole, la fabbrica tuteli al meglio gli equilibri naturali e lo spazio di vita delle persone, i propri prodotti rispettino gli obiettivi che si danno le comunità umane. [...]

Ma ecco che, soprattutto nella valle del Reno, l'affollamento umano, l'inquinamento dell'aria e dell'acqua hanno raggiunto un grado tale che l'industria chimica, per continuare a crescere o anche soltanto a funzionare, si vede costretta a filtrare i propri fumi e scarichi, ovvero a riprodurre delle condizioni e delle risorse che, finora, erano considerate «naturali» e gratuite. Questa necessità di riprodurre l'ambiente inciderà in maniera evidente: bisogna investire sull'inquinamento, quindi accrescere la massa di capitali immobili; è necessario, poi, assicurare l'ammortamento (la riproduzione) degli impianti di depurazione; e il prodotto di questi ultimi (la proprietà relativa dell'aria e dell'acqua) non può essere venduto con profitto.

C'è, insomma, un aumento simultaneo del peso del capitale investito (della «composizione organica»), del costo di riproduzione di quest'ultimo, senza un corrispondente aumento delle vendite. Di conseguenza, delle due l'una: o il margine di profitto si abbassa, oppure il prezzo dei prodotti aumenta. L'impresa cercherà evidentemente di alzare i suoi prezzi di vendita. Ma non ne uscirà fuori così facilmente: tutte le altre ditte inquinanti (cementifici, metallurgia, siderurgia, ecc.) cercheranno, anch'esse, di far pagare i propri prodotti più cari per il consumatore finale. Prendere in conto le esigenze ecologiche avrà infine questa conseguenza: i prezzi tenderanno ad aumentare più velocemente dei salari reali, dunque il potere d'acquisto del popolo sarà compresso e tutto avverrà come se il costo dell'inquinamento fosse prelevato dalle risorse di cui dispongono le persone per comprare le merci.

La produzione di queste ultime tenderà quindin a stagnare o ad abbassarsi; ciò aggraverà la predisposizione alla recessione o alla crisi. E tale arretramento della crescita e della produzione che, in un altro sistema, sarebbe potuto essere un bene (meno automobili, meno rumore, più aria, giornate di lavoro più corte, ecc.), avrà degli effetti completamente negativi; le produzioni inquinanti diventeranno dei beni di lusso, inaccessibili alla massa, senza smettere di essere alla portata dei privilegiati; le disuguaglianze si approfondiranno; i poveri diventeranno relativamente più poveri e i ricchi più ricchi.

L'assunzione dei costi ecologici avrà, insomma, gli stessi effetti sociali ed economici della crisi petrolifera. E il capitalismo, lungi dal cedere alla crisi, la guiderà come ha sempre fatto: dei gruppi finanziari ben piazzati approfitteranno dei gruppi rivali per assorbirli a basso costo ed estendere il proprio dominio sull'economia. Il potere centrale rafforzerà il suo controllo sulla società: tecnocrati calcoleranni livelli «ottimali» di inquinamento e produzione, promulgheranno regolamenti, estenderanno i domini della «vita programmata» e il campo di attività dei dispositivi di repressione. [...]

Dite che nulla di tutto ciò è inevitabile? Certo. Ma è proprio ciò che rischia di accadere se il capitalismo è costretto ad assumere i costi ecologici senza che un attacco politico, lanciato a tutti i livelli, gli strappi il controllo delle operazioni e gli opponga tutto un altro progetto di società e di civiltà. Perché i partigiani della crescita hanno ragione almeno su un punto: nel quadro dell'attuale società e dell'attuale modello di consumo, fondati sulla disuguaglianza, il privilegio e la ricerca del profitto, la non-crescita o la crescita negativa possono soltanto significare stagnazione, disoccupazione, crescita dello scarto che separa ricchi e poveri. Nel quadro dell'attuale modello di produzione, non è possibile limitare o bloccare la crescita ripartendo al contempo più equamente i beni disponibili.

Finché si ragionerà all'interno di questa civiltà non egualitaria, la crescità apparirà alla massa delle persone come la promessa - per quanto completamente illusoria - che un giorno esse smetteranno di essere «sotto-privilegiate», e la non-crescita apparirà come la loro condanna alla mediocrità senza speranza. Perciò non è tanto la crescita che bisogna combattere quanto la mistificazione che essa comporta, la dinamica dei bisogni crescenti e continuamente frustrati sulla quale esse riposa, la competizione cui essa predispone incitando gli individui a voler innalzarsi, ciascuno, «al di sopra» degli altri. Il motto di questa società potrebbe essere: Ciò che è bene per tutti non vale niente. Tu sarai rispettabile solo se hai «meglio» degli altri.

di André Gorz*
Tratto dal numero di aprile di Le Monde Diplomatique.

Evocare l'ecologia è come parlare del suffragio universale e del riposo domenicale: in un primo tempo, tutti i borghesi e tutti i partigiani dell'ordine costituito vi dicono che volete la loro rovina, il trionfo dell'anarchia e dell'oscurantismo. Poi, in un secondo tempo, quando la forza delle cose e la pressione popolare diventano insostenibili, vi si accorda quel che si respingeva il giorno precedente e, fondamentalmente, non cambia nulla.
Sono numerosi coloro che, fra gli industriali, si rifiutano di tener conto delle esigenze ecologiche. Ma queste hanno già così tanti sostenitori capitalisti che la loro accettazione da parte delle potenze economiche sta diventando una possibilità concreta. Allora tanto vale, sin da ora, non giocare a nascondino: la battaglia ecologista non è un fine in sé, ma una tappa. Essa può creare delle difficoltà al capitalismo e obbligarlo a cambiare; ma quando, dopo aver a lungo resistito con la forza e l'inganno, alla fine esso cederà poiché l'impasse ecologica sarà diventata ineluttabile, integrerà questa costrizione come ha integrato tutte le altre.
Perciò bisogna subito porre la questione apertamente: che cosa vogliamo noi? Un capitalismo che si adatti alle costrizioni ecologiche o una rivoluzione economica, sociale e culturale che abolisca le costrizioni del capitalismo e, di conseguenza, instauri un nuovo rapporto degli uomini con la collettività, il proprio ambiente e la natura? Riforma o rivoluzione?
Non dite assolutamente che questo problema è secondario e che l'importante è non insozzare il pianeta al punto da renderlo inabitabile. Perchè neanche la sopravvivenza è un fine in sé: vale la pena sopravvivere, come si domanda Ivan Illich, in «in un mondo trasformato in un ospedale globale, in una scuola globale, in una prigione globale e dove il compito principale degli ingegneri dell'anima sarà fabbricare uomini adatti a questa situazione?» [...]
E' meglio tentare di definire, sin dall'inizio, per cosa si lotta e non contro cosa. Ed è meglio tentare di prevedere come il capitalismo sarà colpito e trasformato dalle costrizioni ecologiche, piuttosto che ritenere che esse provocheranno la sua scomparsa e nient'altro.
Ma, innanzitutto, che cos'è, in termini economici, una costrizione ecologica? Prendete, per esempio, i giganteschi complessi chimici della valle del Reno a Ludwigshafen (Basf), a Leverkusen (Bayer) a Rotterdam (Akzo). Ogni complesso combina i seguenti fattori:
risorse naturali (aria, acqua, minerali) che erano finora ritenute gratuite perché esse non potevano essere riprodotte (rimpiazzate);
mezzi di produzione (macchine, edifici), che costituiscono capitale immobile, che deperiscono e che bisogna dunque rimpiazzare (la riproduzione), preferibilmente con mezzi più potenti e più efficaci, in grado di fornire all'impresa un vantaggio sui propri concorrenti;
forza lavoro umana che richiede anch'essa di essere riprodotta (è necessario nutrire, curare, alloggiare, educare i lavoratori).
Nell'economia capitalista, la combinazione di questi fattori, in seno al processo produttivo, ha come obiettivo prevalente il massimo del profitto possibile (il che, per un'impresa preoccupata del proprio avvenire, significa anche: il massimo della potenza, quindi di investimenti, di presenza sul mercato mondiale). La ricerca di questo risultato si ripercuote profondamente sul modo in cui i differenti fattori sono combinati e sull'importanza relativa che è assegnata a ciascuno di loro.
L'impresa, per esempio, non si chiede mai come fare perché il lavoro sia pur piacevole, la fabbrica tuteli al meglio gli equilibri naturali e lo spazio di vita delle persone, i propri prodotti rispettino gli obiettivi che si danno le comunità umane. [...]
Ma ecco che, soprattutto nella valle del Reno, l'affollamento umano, l'inquinamento dell'aria e dell'acqua hanno raggiunto un grado tale che l'industria chimica, per continuare a crescere o anche soltanto a funzionare, si vede costretta a filtrare i propri fumi e scarichi, ovvero a riprodurre delle condizioni e delle risorse che, finora, erano considerate «naturali» e gratuite. Questa necessità di riprodurre l'ambiente inciderà in maniera evidente: bisogna investire sull'inquinamento, quindi accrescere la massa di capitali immobili; è necessario, poi, assicurare l'ammortamento (la riproduzione) degli impianti di depurazione; e il prodotto di questi ultimi (la proprietà relativa dell'aria e dell'acqua) non può essere venduto con profitto.
C'è, insomma, un aumento simultaneo del peso del capitale investito (della «composizione organica»), del costo di riproduzione di quest'ultimo, senza un corrispondente aumento delle vendite. Di conseguenza, delle due l'una: o il margine di profitto si abbassa, oppure il prezzo dei prodotti aumenta. L'impresa cercherà evidentemente di alzare i suoi prezzi di vendita. Ma non ne uscirà fuori così facilmente: tutte le altre ditte inquinanti (cementifici, metallurgia, siderurgia, ecc.) cercheranno, anch'esse, di far pagare i propri prodotti più cari per il consumatore finale. Prendere in conto le esigenze ecologiche avrà infine questa conseguenza: i prezzi tenderanno ad aumentare più velocemente dei salari reali, dunque il potere d'acquisto del popolo sarà compresso e tutto avverrà come se il costo dell'inquinamento fosse prelevato dalle risorse di cui dispongono le persone per comprare le merci.
La produzione di queste ultime tenderà quindin a stagnare o ad abbassarsi; ciò aggraverà la predisposizione alla recessione o alla crisi. E tale arretramento della crescita e della produzione che, in un altro sistema, sarebbe potuto essere un bene (meno automobili, meno rumore, più aria, giornate di lavoro più corte, ecc.), avrà degli effetti completamente negativi; le produzioni inquinanti diventeranno dei beni di lusso, inaccessibili alla massa, senza smettere di essere alla portata dei privilegiati; le disuguaglianze si approfondiranno; i poveri diventeranno relativamente più poveri e i ricchi più ricchi.
L'assunzione dei costi ecologici avrà, insomma, gli stessi effetti sociali ed economici della crisi petrolifera. E il capitalismo, lungi dal cedere alla crisi, la guiderà come ha sempre fatto: dei gruppi finanziari ben piazzati approfitteranno dei gruppi rivali per assorbirli a basso costo ed estendere il proprio dominio sull'economia. Il potere centrale rafforzerà il suo controllo sulla società: tecnocrati calcoleranni livelli «ottimali» di inquinamento e produzione, promulgheranno regolamenti, estenderanno i domini della «vita programmata» e il campo di attività dei dispositivi di repressione. [...]
Dite che nulla di tutto ciò è inevitabile? Certo. Ma è proprio ciò che rischia di accadere se il capitalismo è costretto ad assumere i costi ecologici senza che un attacco politico, lanciato a tutti i livelli, gli strappi il controllo delle operazioni e gli opponga tutto un altro progetto di società e di civiltà. Perché i partigiani della crescita hanno ragione almeno su un punto: nel quadro dell'attuale società e dell'attuale modello di consumo, fondati sulla disuguaglianza, il privilegio e la ricerca del profitto, la non-crescita o la crescita negativa possono soltanto significare stagnazione, disoccupazione, crescita dello scarto che separa ricchi e poveri. Nel quadro dell'attuale modello di produzione, non è possibile limitare o bloccare la crescita ripartendo al contempo più equamente i beni disponibili.
Finché si ragionerà all'interno di questa civiltà non egualitaria, la crescità apparirà alla massa delle persone come la promessa - per quanto completamente illusoria - che un giorno esse smetteranno di essere «sotto-privilegiate», e la non-crescita apparirà come la loro condanna alla mediocrità senza speranza. Perciò non è tanto la crescita che bisogna combattere quanto la mistificazione che essa comporta, la dinamica dei bisogni crescenti e continuamente frustrati sulla quale esse riposa, la competizione cui essa predispone incitando gli individui a voler innalzarsi, ciascuno, «al di sopra» degli altri. Il motto di questa società potrebbe essere: Ciò che è bene per tutti non vale niente. Tu sarai rispettabile solo se hai «meglio» degli altri.

Ora, è l'inverso che bisogna affermare per rompere con l'ideologia della crescita: E' degno di te solo ciò che è bene per tutti. Merita di essere prodotto solo ciò che non privilegia né umilia alcuno. Possiamo essere più felici con meno opulenza, perché in una società senza privilegi non ci sono poveri.



* Il testo è apparso nell'aprile del 1974 nel mensile ecologista Le Sauvage ed è poi stato pubblicato nel 1975 dalle edizioni Galilée con la firma di Michel Bosquet, pseudonimo di Gorz, come introduzione alla raccolta Ecologie et politique; trad. it. Ecologia e politica, Cappelli, 1978.

Tratto dal numero da Le Monde Diplomatique, n. 4, aprile 2010.