giovedì 15 aprile 2010

Alleanze e coalizione. Quale centrosinistra?

di Mattia Zoppetti

La scesa in piazza sabato 13 marzo da parte del Partito Democratico e delle altre forze d’opposizione ha risvegliato la peraltro mai sopita questione delle alleanze. Da più parti si è (giustamente) acclamato il Nuovo Centrosinistra, l’auspicata coesione tra quei partiti e movimenti che hanno affollato Piazza del Popolo e che sono più attivamente consapevoli, anche per necessità, di non poter più rimandare alla richiesta di porre fine a Berlusconi e al berlusconismo. Tali sogetti sono, va ricordato, oltre al già citato PD, Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia Libertà, Comunisti Italiani, Verdi, Socialisti e popolo viola. Accenno soltanto qui alla vexata quaestio della inconciliabile eterogeneità di orientamenti tra i suddetti, poiché è evidente che pur nelle diversità sono prevalenti i punti di contatto che li obbligano, per così dire, ad unirsi: la partecipazione civile (non ancora, propriamente, politica), spinta dalla instabilità sociale dovuta alla crisi e dalla forte repulsione per le vicende ormai quotidiane di Berlusconi e del suo governo che stanno scuotendo non solo il Paese, ma anche il PdL fino a farne presagire l’implosione, ha preso lentamente a muoversi e ad espandersi (non più solo virtualmente).
Dunque, al netto dell’urgenza di un centrosinistra, quale centrosinistra? Su quali basi costruire quel discorso comune che, per di più, non sia solo tattico, cioè funzionale al mero successo elettorale, ma sia piuttosto, come amano ripetere dalle parti del PD, un’alleanza strategica di più ampio respiro? Conosciamo bene infatti i tumulti, fallimentari, dei precedenti governi di centrosinistra e le conseguenze della loro frammentazione. La non praticabilità di tenere coesa un’ammucchiata che, per sintetizzare, andava da Dini a Mastella, a Turigliatto e Caruso. Ma siamo inoltre altrettanto a conoscenza della nefasta nascita e leadership del PD targato Veltroni, con la sua spocchia bipolarista. Oggi il partito è nelle mani di Bersani e a lui e ai suoi competono le scelte circa i rapporti con le opposizioni. Del resto l’atteggiamento del partito ora a maggioranza ex PCI è sempre stato molto chiaro in merito e i disordini, anzitutto pugliesi, sui candidati presidenti alle elezioni regionali, stanno a dimostrarlo. La stella polare era (e sembra ancora essere) l’Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini. Rinnegate le radici a sinistra in seguito alle insubordinazioni d’epoca ulivista, il nuovo centrosinistra non avrebbe potuto rifarsi al modello prodiano (e, credo, a ragione. Se non altro per l’assenza di una figura quale quella del Professore bolognese). L’alternativa parsa ovvia è stata, allora, di rivolgersi verso il centro. Per lungo periodo si sono assecondate le richieste, i voleri e i moniti di un Casini che faceva il bello e il cattivo tempo, rendendosi sempre più capriccioso. Casini, autonominatosi “ago della bilancia” in virtù del suo 5,9% (ma, più realisticamente, in virtù del potere ecclesiastico) aveva in tal modo ottenuto una duplice vittoria. Da una parte, appunto, era assurto ad oggetto del contendere tra PD e PdL (dimostrando la fondatezza dell’avversione dell’UdC verso un sistema bipolare che necessariamente la escluderebbe o, almeno, rimarcando la visione casiniana secondo cui anche il bipolarismo può andar bene a patto che tra i due poli vi sia spazio anche per sé e il suo partito: un bipolarismo più uno), dall’altra riusciva a recidere i sottilissimi fili di un dialogo tra PD e sinistra extra parlamentare (di nuovo funzionale al disegno centrista di bipolarismo “imperfetto” che ammette solo sé stesso tra le imperfezioni e mira ad estromettere le estreme).
Contro ogni critica che pioveva ormai anche dalla gran parte dell’opinione pubblica non più solo militante ma semplicemente orientata verso il centrosinistra, l’esecutivo ex PCI del Partito Democratico ha puntato dritto verso gli ex DC, nonostante tutto. Nonostante le siderali distanze circa i grandi temi come la laicità dello Stato, i rapporti si questo con la Chiesa, i diritti civili, l’educazione e la sanità pubbliche di contro ai modelli privati (clericali), il precariato, l’economia e così via. Per non nominare le incompatibilità congiunturali, legate ovvero ai singoli nodi politici dell’agenda: su tutti, il legittimo impedimento. Per tacere poi dei recenti trascorsi berlusconiani durante i quali l’amico Pier legittimava, di fatto coprendolo, l’amico Silvio.

Dopo la digressione storica, torniamo ad oggi e osserviamo gli elementi che emergono alla luce dell’attuale scena politica che, se non può evidentemente essere troppo dissimile rispetto a pochi mesi fa, reca comunque con sé novità di rilievo riassumibili nella sempre più accentuata liquefazione del cerone del PdL, nelle modalità peculiari attraverso cui ciò sta accadendo (scandali, corruzione, sentenze giudiziarie, tensioni istituzionali e forzature democratiche continue, lotte di potere, accuse di incapacità reciproche, fronde intenstine ecc.) e senza che il capo taumaturgo riesca ad interromperla. Ai nostri fini appare particolarmente utile riallacciarsi al discorso circa l’UdC, il Pd e gli altri partiti in prospettiva di un’alleanza di governo ed inquadrare la questione nella cornice che secondo molti osservatori ha gettato un ponte per la costruzione del Nuovo Centrosinistra, la manifestazione di sabato 13 a Piazza del Popolo. Ora, per avviare un’analisi che sia non solo critica ma anche costruttiva, dalla manifestazione si staglia un dato chiaro: l’unico partito assente è stato proprio l’UdC (i radicali non hanno partecipato per altri motivi, che esulano da questo contesto e che sarebbero tuttavia da approfondire accuratamente). Casini, anzi, ha addirittura definito l’iniziativa di piazza come un’ , togliendo per una sera la parola ai Capezzone, ai Bonaiuti, ai Bondi. Eppure, d’altra parte, a meno di non voler essere maliziosamente ingenui, sarebbe stato strano il contrario. Come poteva infatti Casini andare in piazza contro un decreto legge di cui, se non avesse rivelato l’incapacità dei suoi autori (lista Polverini comunque escluso dalla provincia di Roma grazie alla sentenza del Tar: le disposizioni elettorali del Lazio sono materia di competenza regionale), avrebbe usufruito in quanto alleato PdL in una delle due regioni incriminate, il Lazio appunto (l’altra è la Lombardia, con Formigoni poi riammesso senza il soccorso del decreto). Sotto la sbandierata “coerenza” casiniana, che è poi la coerenza della politica “dei due forni” per cui si va a destra o a sinistra sulla base dei sondaggi elettorali delle varie regioni, l’UdC si sarebbe trovata nell’assurdità di marciare in corteo contro sé stessa. Lo scudo crociata ha così preferito rimanere a casa, perché la coerenza non sfoci nell’estremismo! «L'opposizione si fa in parlamento» aveva detto, austero, il leader dell’UDC. Peccato che già lunedì 16, appena due giorni dopo aver pronunciato la fatidica frase, l’assenza di 17 suoi parlamentari a Montecitorio
abbia affossato, per 13 voti di scarto, la pregiudiziale di costituzionalità che avrebbe fatto saltare proprio il decreto.
Di più, volendo allargare lo sguardo alle parti sociali, intesa come il tessuto sociale stesso, la sua base, il giorno precedente la manifestazione del centrosinistra c’è stato lo sciopero generale, indetto dalla sola CGIL. Gli altri sindacati, riconducibili, diciamo così, all’area cattolico-moderata, avevano infatti già spaccato l’unità confederale accordandosi separatamente con Confindustria e governo. Bonanni (CISL) ha definito lo sciopero (un milione di adesioni a fronte del solo impegno della CGIL) attestandosi sullo stile usato da Casini per commentare la piazza romana dell’opposizione.
Ma perché il PD non vede ciò che è sotto gli occhi di tutti? Perché, nonostante dati di fatto tali e in quanto tali, incontrovertibili, il PD preferisce trincerarsi in un tiepido terzismo senza sbocchi (eccetto, al limite, quelli elettorali), vieppiù avversato anche dai suoi stessi elettori? Nell’impossibilità di trovare risposte alle domande, giacché imperscrutabili appaiono gli oscuri disegni della dirigenza del partito, provo ad avanzare una modesta proposta.

Partiamo da un presupposto: esistono molti elettori specificamente di sinistra che che, nella furibonda corsa verso il centro, si sono sentiti traditi, abbandonati, e non vi si sono riconosciuti. Hanno lasciato qualsivoglia appartenenza politica residua e si sono orientati verso l’astensionismo o verso lo schieramento di destra. In tutti hanno drammaticamente interrotto una storia fatta di partecipazione, di entusiasmo, di sentito coinvolgimento. Nel sentire comune si è affermata la sensazione, del resto comprensibile, che non valesse la pena di scegliere tra due concezioni tutto sommato conformi, ma che se proprio si dovesse scegliere, l’originale (Berlusconi) sarebbe stato meglio della sua copia (PD). Le duecentomila persone di Piazza del Popolo hanno in questo senso scosso il popolo della sinistra da un torpore che da anni lo soffocava e hanno rilanciato il bisogno di una forza politica profondamente alternativa. Questo mi pare il punto fondamentale, per quanto modesto, che si evince dalla manifestazione, al di là delle troppo ottimistiche previsioni pronunciate dai politici e lette sulla stampa di parte. Ed ecco ritornare di nuovo la domanda. Quale forza politica? Quale Nuovo Centrosinistra? Bene, la mia personale impressione è che sia necessaria una chiusura identitaria. Sono consapevole dello scandalo che molti proveranno leggendo questo termine, una bestemmia, di questi tempi. Ma non vedo quali altri processi siano più utili per preparare le basi ad una solida alternativa capace di imporsi all’attenzione pubblica generale. Sul piano pratico, immediato, “chiusura identitaria” significa non solo cessazione completa, su tutta la linea, del dialogo con Casini, ma soprattutto contemporanea inversione degli atteggiamenti nei suoi confronti: l’UdC deve essere spinta con forza fuori dal bunker fintamente terzista in cui si è trincerata, si devono evidenziare con decisione le collusioni tra quel partito e il berlusconismo, tra quel partito e i poteri forti vaticani, tra quel partito e i poteri della sanità e dell’edilizia. Costringerlo a fare una scelta di campo chiara, che lo porti ad esporsi e, inevitabilmente, a misurarsi con le critiche che l’esposizione comporta e da cui, finora, si è tenuto al riparo grazie al profilo bonario, istituzionale che si è autonomamente (e storicamente) affibbiato. Se ne devono mettere in luce con nettezza le contraddizioni, le ipocrisie, i paradossi. Bisogna, ripeto, stuzzicare il ragno affinché esca dal buco buono per tutte le stagioni, come più sopra si è già cercato di osservare. All’opposto, è doveroso allora dedicare un’attenzione privilegiata alla parte interna del PD e della sinistra che consenta di cogliere quello che si muove nella base, i suoi bisogni e le sue domande che non possono più rimanere inevase. Portando all’estremo la questione riaffermo, sicuro di generare altro orrore, che si devono mettere in moto processi di auto-segregazione, che favoriscano un ripensamento radicale “da sinistra”.
Sul piano più astratto, teorico, cerco adesso di chiarire che cosa intendo quando uso termini come “chiusura identitaria” e “auto-segregazione”, cercando almeno un poco di alleviare il disagio che si prova di fronte a tali nozioni. Lontano dalla loro connotazione “religiosa”, fondamentalista o integralista, mi servo dell’aiuto di un’urbanista, Anna Marson, per provare a delineare l’importanza del “confine” nella costruzione positiva, si badi, dell’identità di un gruppo, nella speranza di rendere così meno traumatica l’assunzione dei concetti in esame in ordine alla ricostruzione politica. Per Marson i confini sono pertanto «non tanto simulacri della comunità evaporata o dell’identità fondata nel passato, di fatto continuamente ricostruita con significative innovazioni e simulazioni, quanto dispositivi materiali essenziali, anche nella sempre più diffusa multi appartenenza a luoghi diversi, a promuovere interazione sociale ripetuta e non funzionalmente predeterminata». «Il che non necessariamente significa che i confini collettivi siano fissi, immutabili: anzi» prosegue Marson «solo la loro esistenza ne permette la modifica» [2]. Focalizzate in questo modo, quelle che in maniera volutamente provocatoria avevo definito “chiusura identitaria” e “auto-segregazione”, assumono l’aspetto preponderante di “dispositivi materiali essenziali” alla ricostruzione di una sinistra in cui vi sia l’orgoglio di identificarsi, guardando certamente al futuro, ma riappropriandosi degli antichi valori che si è preteso, erroneamente, di mettere in soffitta, in spregio della loro storia e così da accogliere a braccia aperte l’elettorato moderato, cattolico e imprenditoriale. Un approccio, quest’ultimo, incentrato con ogni evidenza sul computo elettorale, che ha però mostrato tutta la sua miopia laddove non è stato in grado di prevedere i rivolgimenti storici (l’accentuazione delle crepe berlusconiane e il conseguente incremento della domanda di partecipazione della società civile, in primis) e ha perciò ignorato il grosso serbatoio e di voti e di energie che sabato 13 stava in piazza del Popolo. Noi, voglio dire, non perderemmo i voti del centro. Guadagneremmo piuttosto quelli che furono e sono, naturaliter, nostri. Dobbiamo, in definitiva, volgere lo sguardo all’interno di tutte le realtà (veramente) d’opposizione secondo un principio positivamente esclusivista. Chiuderci, insomma, per allargarci.
Già si odono i colpi delle critiche, provenienti anche dal cosiddetto fuoco amico: si dirà che nulla di propositivo possa darsi ove vi sia un partito come l’IdV, con un leader altamente controverso come Di Pietro, il poliziotto; si porteranno prove della mancanza di maturità della “sinistra radicale” nella gestione della cosa pubblica; si dileggeranno i movimenti in quanto forma di anti-politica; si agiteranno infine gli spettri del comunismo di stampo sovietico. Costoro, tuttavia, scorderanno le potenzialità, sinora inespresse, di un De Magistris. Il fascino di un Vendola che, dopo aver rischiato il soffocamento nella culla delle primarie, oggi è il volto più adatto ad una futura leadership. Si tralascerà il fatto che proprio dal NoB. Day sono spuntati i fragili germogli del risveglio. E si dimenticherà la non procrastinabile impellenza di uno sviluppo economico, sociale, culturale, democratico, socialista. Ha ragione Vendola ad insistere sul concetto di “narrazione”: l’immaginazione è il fattore primario con cui una collettività perviene da una propria identità, l’identità collettiva. Un’identità collettiva che dai duecentomila della piazza si estenda per contagio ricompattando, nelle differenze, il significato della parola sinistra.

[1] Il dato emerge dal sondaggio realizzato da Ipsos per Il Sole 24 ore e da quest’ultimo pubblicato sul quotidiano del 2 febbraio 2010. Aggiungo di seguito anche il commento che Rossella Bocciarelli, sul sito del giornale, fa dei dati: . Ho scelto di inserire la citazione, in cui peraltro mi sono imbattuto casualmente, benchè per il momento possa apparire fuori contesto. Sarà in realtà da tenere a mente quando più avanti avanzerò le mie conclusioni.
[2] Anna Marson, “Stereotipi e Archetipi di territorio”, in Paola Bonora e Pier Luigi Cervellati (a cura di), “Per una nuova urbanità. Dopo l’alluvione immobiliarista”, Diabasis, Reggio Emilia 2009, pag. 132
[3] In proposito rimando al commento di Bocciarelli in nota 1 e faccio notare, inoltre, che la Federazione della Sinistra (PRC-PDCI), Sinistra Ecologia e Libertà e il Partito Socialista non hanno percentuali di molto inferiori al partito di centro: nello stesso sondaggio, la Federazione è data ad 1,8, SEL a 2,6 e i socialisti a 0,9. Il totale è 5,3%.

Nessun commento:

Posta un commento